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AL TERMINE DEL SERVIZIO REDIGERE DETTAGLIATA RELAZIONE. IL RITORNO

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(*) solo nei comuni di Trento, Levico Terme, Pergine, Caldonazzo, Calceranica previa accordi.

Piovono i commenti… e non ho nemmeno l’ombrello.

copertina

UN POLIZIOTTO VERO RIVIVE GLI INTERVENTI DI UNA PANTERA DELLA POLIZIA DI STATO, RISCRIVENDO PER NOI LE “RELAZIONI DI SERVIZIO”, LIBERATE DAI VINCOLI IMPOSTI DALLA PROCEDURA, DALLA BUROCRAZIA E DALLA LEGGE.

TRENTA RACCONTI NEI QUALI IL CODICE PENALE FA SPAZIO ALLE STORIE PERSONALI DEI DUE POLIZIOTTI PROTAGONISTI, DEI CRIMINALI E DELLE LORO VITTIME, RACCONTATE IN CHIAVE IRONICA, A VOLTE COMICA, A TRATTI DRAMMATICA.

DUBBI, CERTEZZE, RISATE, PAURE, DEBOLEZZE E MOLTO ALTRO IN UN LIBRO CHE SVELA MOLTI ASPETTI SCONOSCIUTI DEI NOSTRI TUTORI DELLA LEGGE MA ANCHE DEI PERSONAGGI ORIGINALI E IMPROBABILI CHE VIVONO AI MARGINI DELLA SOCIETA’.

LEGGERETE DI UNA TRENTO NOTTURNA, VIVACE E PULSANTE CHE FORSE NON SOSPETTAVATE, DIPINTA CON RISPETTO ED AMORE.

“…Sergio Paoli, poliziotto, ha saputo cogliere tutto questo, ironia, paradosso, ironia, amore, compassione, identificazione.(…) Mi auguro che in tanti leggano le storie vissute e narrate in questo libro perché possano comprendere quanto vale il lavoro di un poliziotto. Lavoro che i poliziotti si ostinano a chiamare “servizio”. Un motivo ci sarà” (Dalla prefazione di Alessandro Marangoni)

“…un’esperienza coinvolgente e vicina alla popolazione trentina, nella quale la vita quotidiana viene ricoperta da un sottile velo di finzione narrativa che le dona un’interessante sfumatura di irrealtà.” ( Il Dolomiti)

“…Seduto sulla “Volante per conoscere l’umanità.”(L’Adige)

“…c’è di nuovo la possibilità di salire – metaforicamente parlando – sul sedile posteriore di una volante e girare per la città e sbirciare nel lavoro quotidiano della polizia.” (Il Trentino)

“…eppure sotto quella giacca batte un cuore” (Radio Dolomiti)

Ne dicono i lettori:

“Testo scorrevole, ben scritto e mai autocelebrativo,”

“Un must have, che trova posto tra un C.P.e un C.P.P. e un Leggi di Ps. :-) “

“Bello, divertente e commovente...per capire che anche chi porta una divisa è “abbastanza” umano.”

“...ho riso,ho anche pianto commossa,mi ha fatto pensare a quanto poco le persone conoscano il lavoro del poliziotto fatto con intelligenza intuizione cuore. Poliziotti si è Non si fa.”

“La scrittura ironica ma estremamente sensibile ti fa entrare veramente nelle situazioni. Noi civili non ci possiamo nemmeno immaginare la dedizione e l’entusiasmo al “servizio” che hanno i nostri agenti.”

“Un libro reale, vero, autentico. Da non lasciarsi scappare anche per scoprire qualche informazione su un mondo affascinante e spesso non conosciuto, quello di un poliziotto e dei suoi insoliti "clienti"

“..ho letto un paio di episodi e mi sto pisc… addosso dal ridere”

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Felipe, che aveva un piano.

Volevo solo bere l’ultimo caffè della notte e smontare, ma il nostro baretto era ancora chiuso.

–  Che palle Alfio. E’ chiuso. Aspettiamo che apra?

–  Fermiamo quella Punto intanto?

Non avrei voluto, ma avevamo ancora una mezz’ora di servizio. Un controllo veloce, un caffè e poi tutti a nanna. Con poca voglia sporsi la paletta dal finestrino e feci segno al conducente di accostare.

Felipe non stava più nella pelle dall’emozione quando, con la tuta blu e verde della ditta di traslochi arrivò davanti alla sede della Acme – Affariloschi coi suoi nuovi colleghi. Farsi assumere per quel lavoro era stato facilissimo. Compenso ridicolo, prospettiva di fatica alta, niente assicurazione, niente contributi niente documenti da firmare. Compito di esclusiva fatica: trasportare fino al quarto piano di una palazzina cittadina un notevole carico di scartoffie. Niente montacarichi e 152 scalini, dalle sei di mattina alle sette di sera. Prendere o lasciare.

E aveva preso.

Perché aveva un piano.

I nuovi uffici erano già operativi  da settimane e secondo Felipe la cassaforte doveva essere bella gonfia. Bastava nascondersi all’interno degli uffici, attendere la chiusura quindi uscire dal nascondiglio, aprire la cassaforte e sparire con il suo contenuto.

152 scalini. Dalle sei di mattina alle sette di sera. Su e giù e niente montacarichi. Soffriva Felipe, soffriva e sudava perché in realtà di lavori faticosi, lui, non è che ne avesse svolti poi molti nella sua vita. Tempo sprecato, pensava. Faticando non si diventa ricchi. Ma stavolta aveva un piano e faticava e sudava e pensava alla cassaforte che lo stava aspettando al quarto piano. Soffriva e sudava e portava pacchi finché finalmente arrivarono le sette. Non stava quasi nemmeno in piedi e respirando a fatica salutò l’impiegato e i suoi colleghi che sgommarono via.

Finse di uscire, chiuse la porta e si infilò, non visto, nella cassa di legno, che aveva preparato. Chiuse sopra di se come in una bara il pesante coperchio, mentre il cuore gli batteva forte per la fatica e per l’emozione.

E fu buio, e freddo e l’aria che respirava era cattiva e poca. Non se l’aspettava quel freddo Felipe, e nemmeno quel silenzio che sapeva tanto di morte. Ebbe paura, anzi fu vero panico ma non poteva certo uscire. Non adesso che l’impiegato era entrato proprio in quella stanza per riporvi delle scatole. Pesanti scatole di fogli che posizionò accuratamente sul coperchio di quella strana cassa che somigliava tanto ad una bara e che non gli sembrava di aver mai visto prima.

Felipe aspettò ancora, pregò in silenzio, pianse, credette di morire e infine provò a scansare il coperchio con l’unico risultato di conficcarsi una lunga scheggia di legno tra l’unghia e il polpastrello. Trattenne un grido, pianse ancora un pò poi riprese a spingere ma il coperchio sembrava inchiodato. Tentò per un’ora, forse tre, finché ormai sfinito, riuscì ad inclinare il coperchio sotto il quale giaceva sepolto vivo e ad uscire.

La stanza era buia, Felipe si muoveva a tentoni cercando la porta. Scorgendo un tenue chiarore si avviò deciso in quella direzione ma lo spigolo di una mensola ad altezza tempia lo bloccò subito. Cadde in ginocchio, mentre dalla fronte iniziava a sgorgare copioso il sangue.

Si trascinò fuori, recuperò gli attrezzi e scese di un piano raggiungendo la cassaforte. Usò lo scalpello, il piccone, la fiamma ossidrica. Aveva le mani insanguinate, da un occhio ormai gonfio non ci vedeva ma continuò a picchiare, a far leva, a forzare, a fondere.  Dopo tre ore, una scheggia di metallo rovente si staccò e gli si conficcò nel collo. A causa della stanchezza, la sua precisione vacillava. Ogni tre colpi a segno uno finiva impietosamente sulle dita o sui polsi. Non sentiva più le mani, né i piedi e il tempo passava. Si convinse che non sarebbe riuscito ad aprirla sul posto, quindi decise di portarsi via la cassaforte intera. Il tentativo di sollevarla fallì miseramente accompagnato dal sinistro rumore delle fasce muscolari della schiena ma soprattutto dal lancinante dolore lombare. La trascinò, aggrappandosi con le unghie rotte e le dita tumefatte. Al primo gradino rimase col piede sotto il pesante fardello. Pianse ancora, dignitosamente, in silenzio. Lungo la discesa fu schiacciato tra il corrimano e la cassaforte, si strappò la tuta, perse una scarpa e si strappò un’unghia. Poi finalmente fu in fondo e con un ultimo sforzo, trovato chissà dove, caricò la cassaforte nel baule della sua Fiat Punto furbescamente parcheggiata la notte precedente. L’automobile si abbassò sugli ammortizzatori e Felipe sulle ginocchia. Non ci poteva credere. Erano le sei, ventiquattro ore di fatica, di paura, di dolore ma ce l’aveva fatta.

Oramai non lo avrebbero beccato più, ne era sicuro. Prese via Brennero, passò davanti ad un bar chiuso, poi guardò nello specchietto retrovisore.

Una volante della Polizia gli si accodò ed accese il lampeggiante. Lo sbirro dal lato passeggero, con aria svogliata sporse la paletta dal finestrino e gli fece cenno di accostare.

Felipe rallentò, poi si fermò. Spense il motore ed appoggiò il capo sul volante mentre una lacrima calda si staccò dall’occhio, scivolò lungo il naso sporcandosi di sudore e di sangue rappreso e cadde sul tappetino della Fiat Punto.

Eppure era davvero un buon piano. Pensò.

Aznul Atnas

IMG_20171212_205748.jpgQuando la fantasia supera la realtà

Come era bella Trento a dicembre.Vetrine luccicanti, suonatori di zampogne, gente carica di pacchetti, luminarie appese in ogni via. Profumo di brulé, cappotti, loden, cappelli e sciarpe. Spirito natalizio alla massima espressione, così, coinvolti dalla situazione, io e Alfio ogni tanto accendevamo l’ampia gamma di lampeggianti colorati che portavamo sul tetto della Volante, creando un piacevole effetto ottico, lo stupore di qualche bambino e l’istintiva fuga di molti malintenzionati.

Mancava poco a mezzanotte così ci avviammo verso la Questura con quell’aria quieta e paciosa che solo due poliziotti che stanno per terminare il loro turno di servizio sanno assumere.

Fu in viale Verona che notammo, sul bordo della strada, una vecchietta seduta su una panchina con il viso nascosto tra le mani. Accostammo. Si vedeva che aveva pianto. La donna cercò di ricomporsi e senza aprire gli occhi iniziò a parlare:

E’ tutta colpa mia… non avrei dovuto dargli retta, ma sembrava una così brava persona. Ma come fai ad andare in giro ancora con quell’asino?Mi diceva, – nel ventunesimo secolo quello che conta è la velocità. Dallo a me che lo faccio diventare veloce come la luce – e così ho fatto. Che povera vecchia che sono, pensi, agente che ho anche licenziato il mio aiutante Gastaldo… ed ecco il risultato!”

Indicò con un suo magro dito una luminaria appesa tra due palazzi: un asinello fatto di lucine rosse, correva come impazzito da una estremità all’altra senza sosta.

Mi girai verso Alfio che si era fatto stranamente serio e pensieroso. Per me era solo una vecchia un po’ svitata da riportare dai famigliari o in qualche casa di riposo dalla quale sicuramente era scappata.

Torno subito.” mi disse Alfio allontanandosi di corsa. La signora ricominciò a parlare:

Capisce che adesso non posso svolgere il mio compito? Chi lo spiegherà domattina a tutti i bambini? Quello a cui ho dato l’asinello diceva di avere a cuore i desideri dei piccoli… di avere una fabbrica di giocattoli…

Stavo precipitando nella trama di uno di quei film strappalacrime di Natale e giuro, non avevo nemmeno assaggiato un goccio di vin brulé.

Mancava che la svitata mi dicesse che l’uomo che le aveva sottratto l’asinello era un vecchio panzone barbuto vestito di rosso e il filmone Disney 2017 era bell’e pronto.

Cercavo un elegante modo di uscire da quella appiccicosa situazione, quando improvvisamente le luminarie natalizie di tutta la zona si spensero. Fu una sospensione di pochi secondi, ma sufficienti per far apparire Alfio alle mie spalle in compagnia di un curioso quadrupede peloso dotato di un considerevole paio di orecchie.

Alfio, vuoi farmi venire un infarto? Ma dove sei andato e soprattutto questo cosa è???”

Un ciuccio compà!” rispose beato il mio socio.

Lo vedo che è un asino, ma dove…. come… “

Ispetto’, non è obbligatorio dare sempre una spiegazione a tutto. Senti qua: di dove sono io?”

Di Napoli Alfio, ma che c’entra?”

C’entra c’entra. E qual è il simbolo del Napoli, della squadra di calcio, la sua mascotte?”

Che ne so io Alfio, lo sai che non me ne intendo…”

La mascotte del Napoli è il ciuccio…. l’asino! Vuoi che un napoletano non sappia trattare con un ciuccio? Su, da bravo vai dalla padrona tua…”

Con queste parole incitò all’asinello che, docile docile si incamminò verso la vecchietta.

Alzai istintivamente lo sguardo verso la luminaria, temendo quello che stavo per vedere, anzi per non vedere ed infatti il frettoloso somarello di lucine rosse che saltellava era sparito. Al suo posto luccicava un più consono e statico rametto di vischio verde con palline rosse.

Abbassai lo sguardo.

Ok voi due, adesso basta scherzi e ditemi…”

Le mie parole rimasero sospese nel vuoto. La nonnina e l’asinello erano spariti, mentre Alfio era risalito in macchina. Provai un secondo brivido e per quella sera decisi che ne avevo abbastanza. Salii sulla Volante e chiusi la portiera.

Adesso tu mi spieghi…”

Alfio mi interruppe:

Ne vuoi?” disse, allungandomi lo spicchio di un mandarino che stava sbucciando. Sulle sue ginocchia ne aveva molti altri, poi torroncini, caramelle, monetine di cioccolata, bagigi, e…. ovviamente un asinello di pane all’uvetta.

Lo guardai sospettoso infilandomi un torroncino in bocca:

Non è obbligatorio dare una spiegazione a tutto vero? Specialmente stasera…”

Alfio non rispose, ingranò la prima e si avviò verso la Questura.

Nella dettagliata relazione di servizio del 12 dicembre che scrissi quella sera, non c’è ovviamente traccia di tutto questo.

Ma vi assicuro che è tutto dannatamente vero.

ANTEPRIMA

copertina
AL TERMINE DEL SERVIZIO REDIGERE DETTAGLIATA RELAZIONE.
IL RITORNO
ANTEPRIMA

 

(…) Non per niente eravamo alla Squadra Volante, mica alla Mobile. Si lavorava sull’improvvisazione, sul genio, sull’istinto e anche un po’ sul culo, per tornare all’argomento iniziale.
Ci presentammo al chiosco in 4, trascinando le immaginarie catene a bordo di due scassatissime Marea. La sortita ebbe successo, tanto che bloccammo 16 persone. Rapporto con noi di 1:4. Lo stesso della diluizione dello sciroppo di lampone nell’acqua, che per inciso adoro.
Alfio iniziò a raccogliere permessi di soggiorno con la compitezza di una maestra al termine di un compito in classe. Un foglio sopra l’altro.
Raggruppammo tutti i titolari in un gruppo che chiamai, in uno slancio di inventiva – Gruppo A) Titolari di Permesso di Soggiorno -, composto da 9 elementi. Separammo un secondo gruppo, chiamato – Gruppo B) Sprovvisti, composto da chi il permesso di soggiorno aveva, nell’ordine: 1) Smarrito; 2)Dimenticato a casa; 3)Me l’hanno rubato; 4)Permesso? Ma se sono entrato in Italia giusto stamattina (2 persone) 5)Permesso? Ma se sono svedese… In totale 6 persone.
Guardai compiaciuto i due ordinati insiemi, ma colsi subito una antiestetica anomalia visiva. Il sedicesimo elemento se ne stava isolato, dandomi le spalle. Mi avvicinai, intenzionato a correggere l’asimmetrica condizione… (…)

IL SEGUITO NEL LIBRO

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(…) Non sono solito fraternizzare col “nemico” ma quella volta feci un’eccezione. E fu una buona decisione, non fosse altro perché credo di essere stata l’ultima persona ad ascoltarlo. Avevo davanti a me un uomo che avevo arrestato solo cinque giorni prima; tra di noi, non le sbarre di una cella, ma una fila sempre più lunga di bottiglie Forst Kronen.
Joy era stato il suo primo e unico amore.
La ragazza, colta l’occasione, non esitò a prosciugargli l’uccello e il conto in banca, con particolare riguardo e dovizia per il secondo argomento. Fabio non era quello che si dice una bellezza, e il suo modo di intendere la vita era piuttosto semplice e lineare; quando la banca smise di fargli credito, iniziò a vendere i cimeli di famiglia e a chiedere prestiti per soddisfare le esigenze di Joy. Alla fine si stancò del petulante giovanotto e decise di non volerlo vedere più.
Non credo che Fabio avesse ben focalizzato il mestiere di Joy; credo che nella sua ingenuità non immaginasse nemmeno che esistesse una simile attività. Dopo l’ennesimo rifiuto, certo che Joy l’avesse lasciato per un altro, ebbe la brillante idea di dar fuoco all’appartamento di lei. Non voleva farle del male, l’amava, a modo suo.
Il resto della storia lo conoscevo già. Fino a quella sera almeno. (…)

IL SEGUITO NEL LIBRO

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In uscita nel mese di novembre.

Non perdetelo.

 

 

 

Western Motel (Robinia)

Tom sapeva benissimo quello che avrebbe trovato oltre la porta. Era tutto quello che voleva. Era lo scopo, il fine di tutti i suoi pensieri e delle preoccupazioni degli ultimi mesi eppure, o forse per questo, titubava. Con la mano sudata stringeva la maniglia fredda cercando dentro di sè il coraggio di compiere quest’ultimo passo. I battiti del cuore gli pulsavano nelle orecchie così forte da fargli temere che si potessero sentire. E questo non doveva accadere. Assolutamente.
Aveva atteso quel momento con un’ ansia che a volte diventava insopportabile, immaginandolo mille volte, prospettando ogni possibile scenario per non trovarsi impreparato. Eppure adesso, ora che ci era arrivato, ora che un semplice diaframma di legno lo separava dal suo obiettivo, si sentiva frenato, impaurito, incapace di proseguire.
Tom aveva quarant’anni. Pochi amici, nessuna relazione seria e da qualche tempo nessun lavoro. Se lavoro si poteva chiamare quello star seduto in una guardiola otto ore al giorno a premere un tasto. Vent’anni filati a far solo questo. In realtà i tasti erano due. Tasto verde per aprire il cancello e tasto rosso per chiuderlo, ogni volta che un automobile o un camion avevano necessità di entrare o uscire dalla sua azienda. Pubblica ovviamente. Quale ditta privata avrebbe pagato una persona per far questo tutto il giorno? Ma anche le strutture pubbliche non vedono di buon occhio chi palesemente non si presenta al lavoro e peggio ancora, non si adopera per farlo almeno sembrare. Così, la sua mansione, che un lettore di card avrebbe potuto svolgere altrettanto egregiamente, fu assegnata ad un nuovo addetto e la lettera di licenziamento, recapitata a casa di Tom finì direttamente nel sacco dei rifiuti. Nulla aveva più importanza per lui, niente al di fuori di quello che stava compiendo adesso.
Ruotò piano la maniglia e la porta, con un leggero schiocco metallico, si aprì.
Quello che vide non avrebbe dovuto sorprenderlo eppure si bloccò, con lo sguardo fisso, zitto, incapace di proseguire. Sapeva che non avrebbe parlato, che sarebbe rimasto in silenzio, ma non immaginava che la sola consapevolezza di trovarsi nella stessa stanza con l’oggetto dei suoi sogni, dei suoi desideri, lo avrebbe completamente bloccato.
La scena era immobile, sospesa nel tempo e nello spazio. Lo sguardo della donna sembrava quasi esprimere risentimento per quell’improvvisa intrusione, per quell’arrivo inaspettato; ma lui sapeva che non era così. Lei lo stava aspettando, ne era sicuro.
L’aveva vista per la prima volta su un giornale, sfogliato distrattamente nella sala d’aspetto del suo dentista. Una di quelle riviste che mai avrebbe comprato, ricche di scoop urlati che lo lasciavano assolutamente indifferente: la soubrette del momento aveva trovato il vero amore, mentre il suo ex, cercava tra le braccia di una collega soddisfazioni che sul campo da calcio faticava a trovare; sapienti sbirciate tra spacchi e camicette sbottonate ad arte, costumi galeotti e altre colossali e inutili idiozie. E improvvisamente lei. “Un pietra preziosa” , fu la prima immagine che raggiunse il cervello di Tom. Un rubino finito chissà come tra tutta quell’immondizia mediatica. Rimase immobile a guardare quella donna, trattenendo il fiato, quasi che un solo minimo movimento o rumore avrebbe potuto farla fuggire via. Lei sembrava ricambiasse lo sguardo ma era seria, quasi imbronciata. Impeccabile nel suo elegante abito rosso. Ancora una volta l’immagine di un rubino venne a sovrapporsi a quella della donna nelle mente di Tom e Rubina fu il nome che lui le diede. Pur senza parlare, e come avrebbe potuto, sembrava che Rubina dicesse “portami via da qui”. Una supplica, una disperata richiesta di aiuto rivolta proprio a lui e alla quale sapeva che avrebbe dovuto rispondere. Strappò la pagina, incurante dello sguardo di disapprovazione degli altri pazienti, la mise in tasca ed uscì, già dimentico del fastidioso dolore che l’aveva condotto fin là.
Furono mesi di ricerche, di indagini e appostamenti. Studiò minuziosamente i suoi movimenti, non frequentissimi a dire il vero; ispezionò i luoghi dove veniva portata, sempre accompagnata e spesso controllata a vista, per trovare uno spiraglio, una falla in quell’apparato che la circondava. Una occasione, pensava, mi basta una occasione sola. Furono giorni frenetici rubati al lavoro, fin che c’era e notti di riflessione rubate al sonno per giungere finalmente all’occasione giusta. Era riuscito ad eludere la sorveglianza, a defilarsi oltre i sistemi di sicurezza fino a raggiungere quella porta e adesso, finalmente, a superarla.
Si fece coraggio, avvicinandosi piano senza distogliere lo sguardo, silenzioso ed estasiato. Si fermò tanto vicino da poter scorgere alcune sfumature sul volto di Rubina che ne aumentavano, se possibile, la bellezza. Tanto vicino da poterne percepire l’odore. Ebbe l’impulso di toccare quella meraviglia, per convincersi che era tutto vero, che non era un sogno ma si trattenne. Ora, si disse, ora o mai più.
Il taglierino apparve tra le sue dita, affilatissimo, scintillante e con la facilità di un bisturi affondò docile, nella tela. Quattro tagli precisi a ridosso della cornice ed il dipinto si afflosciò tra le sue mani, esausto, vinto.
Arrotolò la tela con cura nascondendola sotto la giacca. Fece per uscire ma si fermò dopo pochi passi. Tornò indietro, estrasse dalla tasca la pagina strappata dalla rivista, ormai ridotta ad un brandello consumato per tutte le volte che l’aveva rigirato tra le mani e la sistemò con cura al posto del dipinto. Un piccolo indizio per gli investigatori, pensò, concedendosi un impercettibile sorriso.
Poi, con passo sicuro, si avviò verso l’uscita, confondendosi tra i visitatori del museo.

Depenalizzati percosse e lesioni. Segno del destino?

Allora, facciamo che oggi, lasciati i miei figli minorenni in strada, magari scalzi che così

imparano meglio, faccio in salto nel mio finto ambulatorio ed estraggo un paio di denti a

degli ignari pazienti che mi immaginano medico dentista.

Con l’occasione accedo al database dell’Azienda Sanitaria Locale grazie ad un accesso

illegale fornitomi da un mio amico hacker per piazzare un po’ di quel dentifricio di mia

produzione fatto con il silicone e la sabbia del Lago di Caldonazzo. Esco con l’ automobile

che ho preso a noleggio e mai restituito; per strada tiro giù, così per ridere, una centralina

telefonica e verso una piccola quota a Calogero, eminente mafioso che conobbi fin dai

tempi della scuola e che ora non se la passa molto bene. Sempre per divertirmi, incastro

uno scambio della linea ferroviaria Trento Bassano e mi posiziono, brache calate, nei

pressi della stazione con la gioielleria di famiglia bene in vista. Mentre arriva il treno,

telefono al mio ufficio ed obbligo la mia segretaria a rimanere ferma in piedi senza

muoversi fino al mio ritorno se non vuole essere licenziata, così impara quella zoccola a

rifiutarmi. Chissà perché fa tanto la schizzinosa, le era piaciuto l’altra sera dare spettacolo

e farlo al parco davanti ad una ragazzina di tredici anni.

Sapete cosa ho fatto? Ho violato, in rigoroso ordine alfabetico, undici norme penali,

dall’Abbandono di persone minori alla Corruzione di minorenne, tra le prime diciotto delle

centododici che probabilmente saranno depenalizzate, come prevede il DL in viaggio

verso l’approvazione nelle austere, ma mica tanto, stanze del potere politico.

E son solo le prime diciotto ma avrei potuto proseguire, che so, ammazzando un pedone

nascondendone il cadavere, truffando alcuni vecchietti, mangiando a sbafo in un ristorante

di lusso, piazzando dei bambini a mendicare, frantumando vetrine di negozi e automobili

in sosta, rubando, fabbricandomi degli ordigni esplosivi, frodando aziende e privati,

ingiuriando, maltrattando animali, mandando a fanc… dei poliziotti in strada, sostituendomi

ad un’altra persona .

Crimini lievi dicono loro!

Bene, tra i reati che questi signori stanno depenalizzando perché lievi, ci sono anche le

percosse e le lesioni.

Che sia un segno del destino?