Puntuali come un tormentone di Annalisa e fastidiosi come le zanzare – ma potete anche invertire l’ordine – dopo aver trascorso i mesi invernali nascosti in piccole palestre seminterrate, eccoli: sono tornati i BALLI DI GRUPPO!
C’è poco da ridere: io non li sopporto.
Sarà perché non li so proprio ballare. Non ci riesco.
Io sono uno di quelli che, nelle serate estive, nell’arena luccicante del campeggio o della festa del merluzzo fritto, se ne sta seduto ai bordi assieme ad altri reietti che condividono questo triste destino con lo spritz Campari in mano e la gambetta in movimento.
Perché, in fondo, il ritmo nel sangue ce l’avremmo anche, solo che non riusciamo a trasformarlo in movimento.
Abbiamo anche provato, qualche volta, a lanciarci nel gruppo perché, alla lunga, vedere la propria compagna o il proprio compagno dimenarsi in quella forma di delirio verticale tra decine di invasati dalle ascelle sudate mette a dura prova anche l’amore più solido.
Allora ci siamo mischiati a quella folla ubbidiente che, comandata da un invisibile burattinaio, alza contemporaneamente il braccio, muove la stessa gamba, gira dallo stesso lato, ma i risultati sono sempre stati penosi.
Il comando che il nostro cervello invia per dare un colpetto d’anca parte già timoroso, si perde per strada e, quando arriva a destinazione, è troppo tardi: il resto del gruppo ha già alzato un piede, roteato un braccio, spinto indietro il bacino e piegato un ginocchio.
Ecco, quando noi arriviamo a spingere indietro il bacino, la canzone è già finita e sono già tutti al bar.
Nemmeno il tentativo di copiare di sottecchi quelli di fronte a noi funziona, perché una volta carpito il gesto giusto si pone il problema di trasferirlo su di noi.
Sembra facile, ma non lo è affatto.
Il braccio o la gamba che vediamo piroettare alla nostra sinistra per noi diventano il destro e viceversa. Stessa cosa per la giravolta: il nostro modello la fa nel senso che a noi appare orario, ma che in realtà è antiorario.
Di contro, i movimenti avanti e indietro rimangono uguali.
Un inferno.
Allora ce ne stiamo fuori e ascoltiamo quelle canzoni ripetitive cercando di dare un senso a tutto questo.
Così sopportiamo “Me gusta la banana”, “Ahiii Ahiii”, “Ahuu Ahuu”, “Mueve la culita”, “Una mano alla cabeza”, “Ciapa la galeina”, ma quando arriva il cowboy ubriaco che monta sul cavallo solo per fargli alzare la coda, ci arrendiamo e ci spostiamo al bancone del bar.
Perché stordirsi e dimenticare, forse, è la coreografia migliore.





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