Per noi Valsuganotti, bambini negli anni settanta, il monte Panarotta rappresentava una sorta di dea Epona, protettrice dei giovani e dispensatrice di salute e forza fisica.
L’iniziazione alla pratica dello sci avveniva durante i “Giovedì della neve”, quando, bardati come guerrieri antichi, venivamo sguinzagliati lungo piste, boschi e skilift mormoranti di quella tranquilla località sciistica.

Quarta puntata. Pistaaaaa.

Allora i maestri erano tutti maschi, abbronzati e sorridenti con gli occhiali a specchio 😎; tanti Gabriel Pontello de noìaltri. (Ricordate Supersex?) Sfoggiavano degli sgargianti pantaloni elastici aderenti e giacche a vento strette, con sul petto il mitico stemma col fiocco di neve, la bandiera italiana e la dicitura “Maestro”. Quelli con più capelli avevano una fascia copriorecchie al posto del berretto. Come dicevo, dei Supereroi.

Il primo giorno il gruppone veniva suddiviso in livelli di abilità: una, due o tre stelle d’argento e uno due e tre stelle d’oro. Sopra a tutti c’era il livello agonistico. La selezione si faceva scendendo per una decina di metri al cospetto dei maestri, che in quei dieci secondi, come il cappello parlante di Hogward capivano le tue inclinazioni e ti assegnavano ad una delle sette categorie.

Così divisi, seguivamo il maestro giù per la pista in una lunga fila indiana, silenziosi e concentrati per non perdere le preziose indicazioni che questo dispensava, tipo “peso sulla gamba a valle” “anticipare la curva col bastoncino” “corpo in avanti” “se non torni in fila ti annodo i bastoncini attorno al collo” e così via. Se la giornata era bella tutto filava più o meno liscio, ma quando c’era la nebbia, il maestro svaniva nel bianco e bisognava stare attenti a non perdere il contatto con quello davanti. Le lezioni duravano un paio d’ore, poi avevamo ancora un po’ di tempo per scorrazzare lungo le piste in autonomia.

In Panarotta c’erano due seggiovie, sulle piste Malga e Rigolor e tre ski-lift, sulla Baby o Campo Scuola, sulla Cima Storta e la Làc, che credo pochi ricorderanno. Questa pista scendeva dal fondo Malga Montagna Granda ma a dispetto del nome dirigeva verso la Valle dei Mocheni e non verso il lago. Già alla fine degli anni settanta, a causa della scarsità di neve, questo impianto è stato dismesso.

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Le seggiovie non avevano lo sganciamento automatico, quindi procedevano alla stessa velocità sia in fase di marcia che di salita/discesa. In fase di salita ti dovevi posizionare in una posizione imbarazzante, chinato in avanti e con le ginocchia leggermente flesse. Quando arrivava la tua panchina, se non eri lesto ad alzare i bastoncini, te li piegava trasformandoli in quelli usati dai campioni per la discesa libera. Dovevi anche lasciarti cadere al momento giusto sulla seduta: se ritardavi ti beccavi una randellata alle gambe, se anticipavi troppo ti sedevi per terra e la tua seggiola ti agganciava per la collottola trascinandoti via. Con queste prerogative imparammo rapidamente a salire a bordo in maniera corretta. Mentre l’arrivo delle panchine sembrava (ed era) velocissimo, la salita, di contro era di una lentezza mortale. Se per caso nevicava, che a quei tempi accadeva, quando arrivavi in cima alla Rigolor sembravi un pupazzo di neve e pesavi il doppio di quando eri partito.

Anche gli sky-lift erano lenti ma ci si divertiva di più. La partenza era anche più complicata di quella della seggiovia anche perché, per noi piccoletti, era necessario l’ausilio dello “skilifista”. Un bonario signore che al mattino afferrava il disco, te lo porgeva e poi accompagnava anche la tua partenza con una spintarella sul sedere. Dal pomeriggio però, vuoi per la stanchezza vuoi per l’effetto dei bombardini e dei brulè, l’affabilità dello skilifista perdeva colpi. Sigaretta in bocca afferrava il disco e te lo mollava senza nemmeno guardare. Se, come noi, eri leggerino, alla fine dello srotolamento venivi proiettato in aria come un missile in partenza da Cape Canaveral. L’utile spintarella sul sedere, a noi, non veniva più concessa. Alle sciatrici adulte ma non troppo attempate invece, per quanto ricordo, questa manovra proseguiva anche al pomeriggio. Solo anni dopo mi sono chiarito questa diversità di trattamento. Superata la difficoltà iniziale della partenza era però un vero spasso: zig-zag, saltini, fossette tutte azioni rigorosamente vietate dal regolamento e quindi dannatamente attraenti. Il culmine criminale lo ottenevi uscendo dal tracciato in prossimità di un avvallamento per srotolare il cordino il più possibile e quindi farti sparare in aria.

Le cadute sugli sky-lift erano frequentissime, bastava distrarsi un attimo e l’equilibrio era bello che andato. Il disco ti trascinava per qualche metro, durante il quale perdevi bastoncini, sci, i guanti e soprattutto la dignità, perché venivi deriso da tutti quelli che salivano dopo di te. A volte qualche anima buona ti allungava il suo bastoncino così potevi aggrapparti e farti trainare fino in cima. Più spesso accadeva che anche il tuo salvatore cadesse e così dovevate vagare per ore nel bosco, nelle neve fresca alta oltre un metro, alla ricerca della pista.

(continua…)


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