Con un geniale sotterfugio, un abitante della Città del Concilio ha unito abitudini all’apparenza incompatibili creando uno dei momenti conviviali più’ azzeccati del secolo
Gli apericena sono sicuramente i più popolari, seguiti dagli aperipranzo. A breve distanza si collocano gli aperimerenda e, notizia recente, stanno riprendendo piede gli apericolazione, proposti in anteprima qualche anno fa a Palermo e che pare riscuotano qualche successo in Veneto, ma sono notizie da verificare.
Ma veniamo alle origini di questa usanza ormai insostituibile ma dal nome, ammettiamolo, orribile.

In principio c’era il semplice, liquido, aperitivo. Come gli antichi romani, che sorbivano calici di vino speziato per “aprire” la strada alle libagioni, anche in Trentino, si perpetuava questa usanza cicchettando qualche cosa di amarognolo e alcolico prima del pranzo o della cena. Niente di solido, tutt’al più qualche nocciolina scaturita dal distributore a manovella al bar o qualche patatina ammosciata dalla ciotola “rafforza-anticorpi” sul bancone. Allora non ci si spostava molto e ogni regione si organizzava autonomamente per questo sacro rito. In sostanza ognuno si faceva l’aperitivo suo e poi tutti a pranzo o a cena.
I problemi sono arrivati quando le persone hanno iniziato a muoversi con più facilità e a socializzare, e quindi, a volte, ad invitarsi reciprocamente a pranzo e a cena. Com’è risaputo, nella città del Tridente, si pranza a mezzogiorno e si cena alle sette di sera; al massimo viene concesso uno slittamento di mezz’ora alla domenica, ma oltre non si va. E’ altrettanto noto che alle sette di sera, per citare una località a caso in Salento, hanno appena sparecchiato i piatti del pranzo. Tra l’altro quelle che all’ombra del Bondone sono le sette di sera, là son le sette del pomeriggio, ma questa è un’altra storia.
A mezzogiorno, mentre nelle valli trentine si affonda la forchetta nella polenta con lo spezzatino, a Milano si beve forse il secondo caffè e a Lecce si esce di casa attratti dal profumo dei pasticciotti per colazione. Capirete che in quel periodo di grandi spostamenti, gli inviti a pranzo o a cena tra Trentini e “resto del mondo”, presentavano da entrambe le parti delle difficoltà organizzative non da poco. Il Trentino invitato a pranzo, si presentava che ancora i padroni di casa erano sotto la doccia e viceversa il Trentino ospitante trascorreva ore solitarie al suo tavolo imbandito in attesa degli invitati.
Ecco quindi il colpo di genio di un illuminato abitante della città del Concilio: invitare gli amici “forestieri” per un aperitivo verso mezzogiorno, orario per costoro abbastanza compatibile con la proposta e dopo aver distribuito qualche spritz, prendere tutti in contropiede e scodellare in tavola un tortèl di patate, adeguatamente accompagnato da salumi, formaggi e qualche cetriolo. Prima che gli ospiti, disorientati da tanta bontà, fossero in grado di realizzare quello che stava accadendo, ecco arrivare dalla cucina qualche ciotolina di smacafam, poi del cavolo cappuccio e, senza soluzione di continuità, un orzetto alla trentina, due canederli, polenta e coniglio, crauti col cotechino, carne salada e fagioli e un assaggio di baccalà. Al momento dello strudel la magia era fatta.

Gli ospiti erano soddisfatti e convinti di aver fatto un aperitivo, anche se di fame curiosamente ne avevano pochina mentre il Trentino era riuscito a pranzare in un orario “da galantuomo”. e tutti erano felici e contenti.
Il resto è storia recente; l’aperitivo associato al pranzo di quel giorno di tanti anni fa, è stato riproposto anche a cena e la novità è piaciuta tanto da diventare, come si dice, virale.
Questa, come confermano numerose testimonianze dell’epoca, è la vera origine della diffusissima usanza dell’apericena con tutte le sue varianti, alcune piuttosto rischiose come l’aperiaperitivo, che potrebbe dare la stura a un pericoloso loop dando origine all’aperiaperiaperiaperi…
Il Trentaquattresimo Trentino


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