Per noi Valsuganotti, bambini negli anni settanta, il monte Panarotta rappresentava una sorta di dea Epona, protettrice dei giovani e dispensatrice di salute e forza fisica.
L’iniziazione alla pratica dello sci avveniva durante i “Giovedì della neve”, quando, bardati come guerrieri antichi, venivamo sguinzagliati lungo piste, boschi e skilift mormoranti di quella tranquilla località sciistica.

Quinta puntata.

Poi accadeva che dovevi andare in bagno e la cosa si faceva dannatamente seria. L’opzione naturalista di appartarsi fuori pista e soddisfare la necessità senza nemmeno togliersi gli sci, era prerogativa degli sciàdi. Troppo elevato per noi il rischio di finire a faccia in giù nella neve con le mani impegnate in complicate attività di estrazione. Noi asòti optavamo quindi per i gabinetti dello chalet, raggiungibili solo attraverso una rampa di scale piastrellata che pareva l’ingresso agli inferi. Già scendere quei gradini bagnati e scivolosi calzando gli scarponi da sci, era un’impresa faraonica, tanto che rischiavamo ogni volta di romperci una gamba. Pensate che umiliazione esibire un gesso da giroscala invece che vantarne uno da discesa libera sulla pista nera del Rigolor.


Ma il problema vero si presentava al momento fatidico di concretizzare, nel microscopico bagno un metro per uno, quella tutt’altro che auspicata necessità. Col berretto in testa, i guanti sotto l’ascella e gli occhialoni in tasca che minacciavano di cadere, si doveva trovare un temporaneo equilibrio per portare alla luce l’indispensabile accessorio che si era rintanato nelle pieghe più profonde della nostra biancheria, come un cucciolo impaurito nella sua tana. Copripantaloni, calzemaglia, tuta da ginnastica, mutande, l’impresa era faraonica, e sotto di noi, la bocca aperta del gabinetto alla turca che sembrava un mostro pronto ad ingoiare noi e qualsiasi cosa si avvicinasse alle sue fauci. Tutto questo se avevamo la necessità di soddisfare solo il bisogno piccolo. Non dico altro.

Poi si tornava all’aperto e le paure svanivano. In contrapposizione all’anticamera degli inferi, quella che ci si presentava davanti era la porta del paradiso. Neve, metri e metri di neve bianca, fresca ai lati e perfettamente battuta sulle piste, abeti altissimi, candele di ghiaccio luccicanti dalle grondaie del rifugio, il mormorio delle seggiovie rilassante come le fusa di un gatto, il cielo azzurro, il sole, gli amici.

Infine, destino comune a tutte le cose belle, arrivava l’ora di rientrare. Ultima salita per arrivare alla partenza della bidonvia e discesa nelle ceste, col sole che lentamente si avvicinava alle cime delle Dolomiti che arrossavano in lontananza.

In fondo, la corriera del Tullio sparava già nuvole bianche nella sera fredda, come la sigaretta che teneva in equilibrio tra le labbra. La salita a bordo questa volta era più tranquilla perché si arrivava sparpagliati e oramai, di fretta non ce n’era più.

Le portiere ad aria compressa si chiudevano lasciando fuori l’aria fredda di Vetriolo e Tullio, senza nemmeno spegnere il mozzicone, perché allora si poteva, dava un colpo di clacson e ingranava la prima. Dentro, la temperatura saliva mentre nell’aria si sprigionava un mai più sentito profumo di mandarini, di panini con la mortadella, di the e cioccolata calde nella thermos di vetro e di torta fatta in casa. Gli accompagnatori offrivano sacchetti di nylon e posti davanti perché le strade di montagna non sono tenere con gli stomaci dei bambini.

Qualcuno si sarebbe addormentato subito, qualcuno dopo, ma prima di cadere, con gli occhi luccicanti, ci saremmo raccontate le fantastiche evoluzioni, le sfide vinte, le paure passate e le mirabolanti cadute. Condividevamo storie, immagini ed emozioni che sarebbero probabilmente riemerse in sogno quella stessa notte, perché di ricordi in formato MP4, noi, non ne avevamo.

FINE DELLA QUINTA ED ULTIMA PARTE



QUI tutte le puntate


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