Qualche settimana fa ho letto sul quotidiano l’Adige questo articolo del mio amico Lucio Gardin.

Mi è molto piaciuto perché con sincerità e schiettezza ci racconta la sua vita da bambino in una famiglia povera, tra difficoltà e privazioni ma carica di dignità.

Ho voluto scrivergli una lettera di solidarietà e di affetto – siamo anche coscritti – per raccontargli come anch’io, nonostante sia figlio invece di genitori ricchissimi, abbia condiviso molti dei momenti che, con molto garbo e tatto, ha condiviso con noi.

Siccome non ho il suo indirizzo, la metto qui sotto, se lo vedete, per favore, fategliela leggere.

Prima

Caro Lucio,

ho letto il tuo articolo sull’Adige di domenica scorsa e siccome siamo coetanei quindi con molte esperienze comuni, ho deciso di scriverti.

A differenza tua, io abitavo in Texas e la mia famiglia era ricchissima, ma non credere che questo abbia facilitato le cose, anzi.

Anche mio padre, di origini italiane, vicino casa aveva un terreno, grande come tutto il comune di Trento, disseminato di pozzi di petrolio. Ovviamente quella terra non poteva essere coltivata, anche perché era tutta sabbia, e così, siccome i soldi servivano per scavare altri pozzi di petrolio, anche a me è toccato di mangiarla così com’era, con la differenza che tu almeno potevi sperare di finirla prima o poi.

Anche a casa mia c’era la TV. Sembrava lo schermo dello Stadio Maracanà, e per guardarlo senza venir inceneriti dovevamo star lontani almeno un centinaio di metri. Prendevamo duecentosei canali, non ti dico che confusione c’era con me e i miei duecentocinque fratelli. Quando c’era da cambiare canale usavamo il monopattino elettrico per andare allo schermo anche se a me non capitava mai. Mi era toccata una stazione che per tutto il giorno ti insegnava a sciare e siccome qui, di neve non ce n’è, nessuno in famiglia la guardava, così ho trascorso gran parte della mia infanzia seduto sul divano.

Mia madre diceva che la ricchezza è un abito e che la povertà uno ce l’ha dentro, ma quando mi hanno fatto una radiografia sembrava quella di un maialino salvadanaio, piena di monetine.

Abitavamo dalle parti di Houston e alla sera la mamma ci permetteva di usare le nostre piccole automobiline, delle Ford Mustang da 450 cavalli, col divieto di oltrepassare il confine col Messico, distante circa trecentoventi miglia. Per indurci ad obbedire, ci diceva che là, sul confine, girava un bambino dai capelli gialli che costruiva dei muri resistentissimi fatti coi bambini dispersi e che se ti prendeva ti usava come mattone. Quel bambino si chiamava Donald e da qualche tempo sospetto che quella non fosse del tutto una bugia.

Allora anche io uscivo pochissimo costruendomi, come te, delle credenze tutte mie. Quando sono arrivato alla decima ho messo su un negozietto di mobili che, devo ammettere, ancora adesso sta funzionando abbastanza bene. Oltre alle credenze adesso costruisco anche dei tavoli e delle sedie.

Un’estate, mentre giocavo nella mia piscina con Luna Rossa, una barchetta di 23 metri che mi aveva regalato papà, ho sentito provenire dalla TV una voce che diceva “Houston abbiamo un problema” e contemporaneamente nel cielo è comparsa una scia di fuoco. Sono andato a nascondermi subito nel bunker antiatomico perché credevo fosse stata la mia prof di matematica che mi sparava i compiti delle vacanze.

Mi hai fatto ridere quando hai parlato di Dallas, che come sai è qui in Texas, pensando che cantasse con Morandis quando invece tutti sanno che canta con De Gregoris.

Solo da poco ho aperto gli occhi sul mondo e mi son stupito nell’apprendere che Philadelphia non è una città spalmata su un New Jersey. Nella mia ultima visita in Italia ho scoperto che a Cattolica ci sono anche Musulmani e che a Monopoli non ci si sposta tra le vie lanciando i dadi ma ho ancora molto da imparare così pensavo di tornarci tra qualche settimana. Magari passo a trovarti, mi han detto che abiti a Mattarello, che immagino sia un modo carino per chiamare un manicomio. Fammi sapere qual’è l’orario per le visite.

Il Trentaquattresimo Trentino

Un grazie al quotidiano l’Adige per l’articolo nella rubrica Avantgardin.


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Una replica a “Caro amico ti scrivo”

  1. sempre splendido leggerti ! grazie. Nadia

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