Come era bella Trento a dicembre.
Vetrine luccicanti, suonatori di zampogne, gente carica di pacchetti, luminarie appese in ogni via. E poi profumo di brulé, zenzero, loden, cappelli e sciarpe.
Lo spirito natalizio era alla massima espressione, così, coinvolti dalla situazione, di tanto in tanto accendevamo l’ampia gamma di lampeggianti colorati che portavamo sul tetto della Volante, creando un piacevole effetto ottico, lo stupore di qualche bambino e l’istintiva e salutare fuga di molti malintenzionati.

Mancava poco a mezzanotte così ci avviammo verso la Questura con quell’aria quieta e paciosa che solo due poliziotti che stanno per terminare il loro turno di servizio senza nulla da segnalare, sanno assumere.
Fu in viale Verona che notammo, su una panchina, una ragazza seduta con il viso nascosto tra le mani. Feci cenno ad Alfio di accostare, poi scesi e mi avvicinai. Senza muoversi, la donna mi sbirciò attraverso le dita, poi, forse rassicurata dalla divisa, tolse le mani. Aveva pianto. Il volto era giovane e di bell’aspetto, di una bellezza antica, pulita, che lì per lì mi ricordò la fotografia in bianco e nero di mia nonna da ragazza, che mia madre teneva sul comò del soggiorno. Si asciugò con un piccolo fazzoletto di stoffa poi mi guardò.
Quegli occhi buoni inumiditi dal pianto, scintillavano di tutti i colori dell’…iride, appunto, esprimendo una dolce serenità dove però affioravano fiotti di dolore. Rimasi a guardarla qualche secondo, forse troppo, poi mi scossi e chiesi quale fosse il problema.
“Sono una sciocca, non avrei dovuto dargli retta, ma sembrava una così brava persona. “
“Scusi” la interruppi, “di chi sta parlando?”
“Massì, un tipo contattato su internet, che avrebbe dovuto aiutarmi a velocizzare le consegne, – a rendere la mia attività meno faticosa – diceva. – Ma come fai ad andare in giro ancora con quell’asino? Nel ventunesimo secolo quello che conta è la velocità. Fidati, lo faccio diventare veloce come la luce – In poche parole mi sono fidato di lui, ho mandato via pure Gastaldo, il mio aiutante, tanto non ci sarebbe stato più bisogno di lui… ed ecco il risultato.”
Indicò col suo dito sottile una luminaria natalizia appesa tra due palazzi, dove un asinello fatto di lucine rosse, correva impazzito da una estremità all’altra. Rimasi a guardare qualche secondo. Sembrava proprio che il povero animale cercasse invano una via d’uscita, prima di qua e poi di là, come quei tristi uccellini rinchiusi nelle gabbiette, che passano la vita percorrendo sempre la stessa strada, saltando sullo stesso piolo, oscillando sulla stessa altalenina, pulendosi il becco nello stesso osso di seppia oramai ammuffito.
Tornai a volgere lo sguardo sulla ragazza, sembrava seria e preoccupata. Una brava attrice, pensai, perché a questo punto era chiaro che eravamo le vittime di uno stupido scherzo. Mi guardai attorno, alla ricerca di qualcuno che sicuramente stava riprendendo di nascosto la scena per mandarla poi su qualche piattaforma. Sai che risate, lo sbirro che abbocca alla storia dell’asinello trasformato in una luminaria di led rossi. Ha Ha Ha.
Non vidi nessuno, poi, improvvisamente Alfio mi fece segno di attendere e si allontanò. Probabilmente nemmeno lui s’era bevuta la storia dell’asino trasformato in luminaria e ora stava andando a smascherare i simpatici burloni. Io avrei anche mollato tutto e sarei rientrato a concludere il turno, ma Alfio sembrava convinto, così presi tempo e lasciai parlare la ragazza.
“Capisce che adesso non posso svolgere il mio compito? Chi lo spiegherà domattina a tutti i bambini? Quello che si è preso l’asinello diceva di avere a cuore i desideri dei piccoli… di avere una fabbrica di giocattoli…”
Vabbé, pensai, ci manca solo che adesso arrivi quel panzone di Babbo Natale. Ma per chi mi ha preso? Le feci qualche domanda, fingendo di abboccare all’amo, in attesa di veder comparire il mio socio con il complice ragazzotto preso per le orecchie, quando improvvisamente le luminarie natalizie, così come l’illuminazione pubblica di tutta la zona si spensero. Fu una sospensione brusca e fredda, come un colpo di pistola. Improvvisamente ci trovammo al buio.
Durò forse cinque secondi, poi, dopo qualche sfarfallamento la luce tornò.
Non so come, ma riuscii a trattenere un indecoroso, per un tutore della Legge, urlo di terrorizzato spavento. Davanti a me si era materializzato Alfio, tutto sorridente affiancato da un curioso quadrupede peloso dotato di un considerevole paio di orecchie.
“Alfio, vuoi farmi venire un infarto? Ma soprattutto questo cosa è???”
“Non cosa, ma chi! Un ciuccio compà!” rispose beato il mio socio.
“Lo vedo che è un asino, ma dove… come… “
“Ispetto’, non è obbligatorio dare sempre una spiegazione a tutto. Specialmente oggi. Comunque sentite qua superio’: di dove sono io?”
“Di Napoli Alfio, ma che c’entra?”
“C’entra c’entra. E qual è il simbolo del Napoli, della squadra di calcio, la sua mascotte?”
“Che ne so io Alfio, lo sai che non me ne intendo…”
“La mascotte del Napoli è il ciuccio… l’asino! Lo sanno anche i bambini. Vuoi che un napoletano non sappia trattare con un ciuccio? Su, da bravo vai dalla padrona tua…”
E come un cagnolino ubbidiente, l’orecchiuto quadrupede si incamminò verso la ragazza, che, per nulla turbata, lo accolse accarezzandolo sul capo. Poi sorrise e son quasi sicuro che da un suo occhio partì una scintilla indirizzata verso Alfio. Il solito. Che ci fa alle donne quello…
“Alfio, ma come, eri d’accordo con lei? Ma che scherzo è?”
“Nessuno scherzo e nessun accordo capo. Guarda su!”
Alzai scetticamente lo sguardo verso la luminaria, seppure con un certo timore per quello che stavo per vedere, anzi per non vedere. Infatti il frettoloso somarello di lucine rosse che saltellava da un lato all’altro della strada era sparito. Al suo posto luccicava un più consono e statico rametto di vischio verde con palline rosse.
Abbassai lo sguardo.
“Ok voi due, adesso basta scherzi e ditemi…”
Le mie parole rimasero sospese nel vuoto. La ragazza e l’asinello erano spariti, mentre Alfio era già risalito in macchina. Provai un secondo brivido e per quella sera decisi che ne avevo abbastanza. Salii sulla Volante e chiusi la portiera.
“Adesso tu mi spieghi…”
Alfio mi interruppe:
“Ne vuoi?” disse, allungandomi lo spicchio di un mandarino che stava sbucciando. Sulle sue ginocchia ne aveva molti altri, poi torroncini, caramelle, monetine di cioccolata, bagigi, e ovviamente un asinello di pane all’uvetta.
Lo guardai sospettoso infilandomi un torroncino in bocca:
“Non è obbligatorio dare una spiegazione a tutto vero? Specialmente stasera…”
Alfio non rispose, ingranò la prima e si avviò verso la Questura. Il turno era abbondantemente finito.
Nella dettagliata relazione di servizio del 12 dicembre che scrissi quella sera, non c’è ovviamente traccia di tutto questo.
Ma vi assicuro che è tutto dannatamente vero.

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