Per noi Valsuganotti, bambini negli anni settanta, il monte Panarotta rappresentava una sorta di dea Epona, protettrice dei giovani e dispensatrice di salute e forza fisica.
L’iniziazione alla pratica dello sci avveniva durante i “Giovedì della neve”, quando, bardati come guerrieri antichi, venivamo sguinzagliati lungo piste, boschi e skilift mormoranti di quella tranquilla località sciistica.

Seconda puntata. Si parte.

La sistemazione sulla corriera era impegnativa e laboriosa, perché i posti erano stretti e non c’era la rastrelliera in alto, alla quale comunque non saremmo arrivati, quindi dovevamo tenerci lo zaino o la borsa sulle ginocchia o sotto i piedi. Il disagio maggiore era causato dagli scarponi da sci, perché molti partivano da casa già con quegli strumenti di tortura ben fissati ai piedi. Il motivo di tale masochistica scelta era squisitamente tecnico, perché per spingere le leve degli scarponi, (solitamente cinque) dovevi imprimergli una forza pari a quella scaturita dalla Pastamatic della pubblicità (Venti braccia, la ricordate?) Da soli, molti di noi non ce l’avrebbero mai fatta e una volta arrivati lassù, mica c’erano gli onnipresenti genitori di adesso pronti a risolverti ogni problema… Camminare con quei mastodontici aggeggi era ingombrante e faticoso e se per caso osavi slacciare le fibbie era anche peggio perché quei cosi si spalancavano come bocche affamate e rischiavi di perdere tutto lo scarpone nella selva di piedi e borse.

Comunque, dopo una decina di minuti di incastri, di spinte e di scivolate, tutti trovavamo posto e finalmente, assolta tutta la sequenza meccanico-sonora già sentita all’arrivo, – chiusura porte, sbuffata d’aria, accelerata spurgatrice e clacson – il mezzo, con un leggero sussulto si metteva in moto.

La strada per la Panarotta era stretta e tortuosa, saliva tra boschi e prati e spesso si infilava tra due pareti di neve più alte della corriera. Tullio viaggiava via veloce, strombazzava col clacson bitonale ad ogni curva e non rallentava mai, nemmeno quando incontrava qualche malcapitato in senso opposto. Si passava dai Masetti, da Vignola-Falesina e dal Compet, tre abitati immersi nel bianco che sembravano usciti da un presepe. Infine, passata la frazione di Vetriolo ecco apparire la nostra destinazione. La stazione di partenza della bidonvia. (Oggi c’è un locale, ilNif e la partenza degli appassionati di deltaplano.)

Tullio parcheggiava e spegneva la corriera, non prima di aver concesso, anche lassù, un’emissione liberatoria di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), benzene, 1,3-butadiene, formaldeide, ossido di etilene e metalli. ( Ok, l’ho trovato su internet). Le porte si aprivano e noi ci catapultavamo giù, subendo con stoica indifferenza un’escursione termica inversa, dai trenta gradi della corriera ai meno dieci dell’esterno.

In un allegro e chiassoso disordine, prelevavamo dal baule i nostri sci, le racchette e salivamo alla partenza della stupenda bidonvia. Si doveva salire fino ad una grande terrazza, dove i bidoncini di ferro, che ci avrebbero trasportato, scorrevano via veloci, appesi a una fune mossa da un’enorme ruota. Un addetto prendeva i nostri sci e li infilava nel bidone/cestino dove, due a due avremmo dovuto salire. Non c’era da perdere tempo, perché quello, mica rallentava e se non ce la facevi erano cavoli perché gli sci se ne andavano e lassù, non era scontato che qualcuno te li scaricasse.

Una volta saliti, con un po’ d’ansia, si doveva chiudere il cancelletto. Non c’era nessun automatismo, se chiudevi bene, se ti dimenticavi, capace che al primo sobbalzo rotolavi fuori precipitando nel letto del torrente sottostante. Una volta sopra avevamo una buona decina di minuti di godimento. Gli ultimi borbottii delle automobili scemavano, sempre più lontani, mentre il silenzio conquistava il predominio. Da quell’istante, il mondo degli uomini camminanti, delle strade, delle autovetture e dell’attrito svaniva. Eravamo entrati nel fantastico mondo dello sci.

La bidonvia si arrampicava su un ripidissimo pendio di neve, sassi e pini mughi, sotto di noi si distinguevano le impronte di qualche capriolo, delle lepri e le scie di alcuni temerari che sfidando la legge di gravità erano scesi con gli sci ai piedi. Per noi degli autentici eroi! Gli unici rumori che si udivano erano il cinguettio degli uccelli e il lieve clangore delle ruote ingrassate dei piloni, che scandiva il tempo ogni volta che ci passava il supporto del nostro bidone.

A volte l’impianto, senza un apparente motivo si fermava. In quel caso la fune si tendeva e venivamo proiettati verso l’alto, poi verso il basso e via così per alcune volte, regalandoci la prima scarica di adrenalina della giornata. Il blocco solitamente durava pochi secondi, poi la bidonvia ripartiva e la conquista della montagna ripartiva. Superato il pendio, i bidoncini si rimettevano in orizzontale avvicinandosi alla fine del percorso. Era ora di scendere. Anche questa operazione non era semplicissima. I bidoni procedevano sempre alla stessa velocità, non c’era alcuno sganciamento automatico e tu dovevi aprire il cancelletto e camminare all’indietro tenendo gli sci in mano. A volte capitava che gli sci si incastrassero, quei maledetti e allora bisognava aspettare tutto il giro della funivia per riconquistarli, sempre che l’addetto a valle non ritenesse opportuno toglierli. Il rischio era anche quello di non riuscire a cogliere l’attimo per scendere, per distrazione o autentica fifa e allora, dopo un adrenalinico dietro front alla ruota di monte, il viaggio fino a valle e ritorno te lo dovevi fare di persona subendo gli sberleffi di quelli che stavano salendo.

Ad ogni modo, a un certo punto si arrivava in cima! Era il momento di infilarsi gli sci.

(continua…)


Fine seconda parte.
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