Il fustino del detersivo

Probabilmente l’oggetto principe del riuso di tutti i tempi.

Già aprirlo era una festa: si tirava per una cordicella che girava tutto attorno al fustino e che una volta tolta liberava il coperchio circolare. E li veniva il bello perché per noi bambini era il momento di tuffare le mani dentro quella bianca polvere granulosa e partire, come piccoli archeologi, alla ricerca del bicchierino o della paletta dosatrice nascosta all’interno, che veniva poi consegnata alla mamma come un trofeo. Alcune marche, mi pare il Tide, mettevano addirittura un giochino là dentro, e frugare fino a trovare il soldatino o il palombaro o l’aeroplanino di turno era anche più bello. A volte il giochino era protetto da una bustina che bisognava aprire a morsi, mica potevi aspettare la mamma con la forbice, e in quel caso ti restava in bocca il gusto dei tensioattivi e sputavi bollicine per tutta la giornata.

Quando il detersivo finiva, iniziava, per quel profumato cilindro ambito da tutti i componenti della famiglia, una fantastica rinascita. Se lo conquistavano le mamme, si trasformava in contenitore per i gomitoli e ferri da maglia o per gli scampoli. Le più creative ci ricavavano, con un’adeguata copertura, dei portaombrelli o addirittura la base per un piccolo albero di Natale. I papà ci mettevano tutti quegli oggettini del loro banco da lavoro che non trovavano altrimenti posto. Il mio, che faceva l’elettricista, lo usava per metterci la scagliola di gesso da portarsi in cantiere per murare le scatole e i tubi elettrici.

Ma la nuova vera vita di quello stupendo cilindro iniziava quando eravamo noi ad entrarne in possesso. Il primo utilizzo, ovviamente, era quello a guisa di tamburo. Due bastoncini ed eravamo pronti ad emulare i ritmi indiavolati di Little Tony o di Adriano Celentano. Se il materiale abbondava, si poteva addirittura aggiungere un secondo fustino e addirittura un terzo, opportunamente accorciato per ottenere un timbro diverso. Il massimo era collegare anche il microfono, fatto con il rotolino di cartone interno della carta igienica e uno spago ad imitare il filo elettrico. I microfoni wireless, ancora non li avevano nemmeno sull’astronave di Spazio 1999.

Opportunamente tagliato, si trasformava in un casco da pilota di formula uno, che ad indossarlo ti stordiva col profumo del famoso “perborato” o anche un più respirabile elmo da condottiero. Insostituibile contenitore dei Lego e delle macchinine, più avanti fu un pratico recipiente per i tubi portadisegni.

Image by Freepik

Nemmeno il coperchio di cartone si rassegnava ad una sola esistenza, tanto che, fissato su un manico di scopa, diventava un perfetto, seppur dal suono opaco, piatto splash per la nostra batteria.

Ma il massimo accadde quando iniziarono a farlo di plastica. Scoprimmo che si poteva usare come una specie di disco volante da lanciarsi tra amici facendolo volare in orizzontale con una torsione del polso.

Lo chiamammo “tirailcoperchio”.

Qualche anno dopo, gli americani ci rubarono l’idea e invasero il mercato con milioni di tirailcoperchio, ai quali diedero il nome di “frisbee”.

Carino, ma il nostro profumava di più.


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