Bella la musica, ma i nostri corpi in pieno fermento ormonale, necessitavano urgentemente di una attività più fisica e maschia. Lo sport era poca roba, si limitava, come già detto, allo sci e a qualche nuotata, anche se di lì a poco saremmo stati travolti dalla moda dei “tornei dei bar”, vere battaglie tra gladiatori su fangosi campi fantozziani. Ma di questo parleremo in seguito.

Avevamo bisogno quindi di qualcosa di nuovo ed appagante e come spesso accade, la risposta alle nostre esigenze era là, sotto i nostri occhi, ammiccante nelle penombre seminascoste di molti bar.

Il flipper!

Splendido cavallo meccanico che premiava le abilità personali, lo stile e la prontezza di riflessi condendole con il pinzimonio capriccioso della fortuna. Inoltre c’era, e non era roba da poco, il fattore fisico. Il flipper andava preso per i fianchi, scosso, sollecitato, accompagnato in una sorta di danza, sollecitato con rapidi movimenti di dita e infine domato. Grande, solido, stazionava silenzioso e luccicante con una evidente postura di sfida. Come resistergli.

Localizzammo, grazie a un certosino lavoro di ricerca e perlustrazione, quelli più economici e, massimo della goduria, col tilt generoso o addirittura guasto. Il Tilt, spiego per coloro che giocano su consolle di venti centimetri usando solo i pollici, era quel meccanismo diabolico che cercava di tenere a bada l’impulso animalesco che montava durante la partita. Un infido meccanismo nascosto nelle viscere del flipper che se la spinta d’anca era troppo energica o se nel tentativo di intercettare l’infida pallina dritta al centro si imprimeva uno scostamento di braccia troppo violento, spegneva implacabilmente tutto il macchinario ammosciando senza pietà le due palette e mettendo fine all’amplesso.

Agli inizi erano molto meccanici, l’elettronica si limitava a questo tilt, ai pulsanti laterali a quattro lucine. Gli effetti sonori, campanelle e qualche bip-bip, venivano coperti dal frastuono dei funghi che facevano schizzare la pallina e dal conta-punti a rullo che a inizio partita si azzerava a scatti che sembrava una raffica di mitragliatrice.

Il più economico era al bar Bono a Pergine in via Mayer: 50 lire una partita da cinque palline, dove oltretutto, se superavi i centomila punti, emetteva uno schiocco sonoro che sembrava una martellata e ti regalava una nuova partita! Inoltre, il titolare del bar, con rara intuizione manageriale, regalava una dolcissima spuma a chi superava il record ma soprattutto consentiva al campione di apporre il proprio nome sul fianco del frontone verticale del flipper, incidendolo con la penna Bic.

Scovammo apparecchi nei bar più sperduti e che mai avremmo frequentato. C’era sempre tempo per “due colpetti” di flipper, se le finanze lo permettevano. Al mattino prima di andare a scuola, ( o durante la scuola…) dopo la mensa, prima di cena e dopocena. Eravamo insaziabili, dei flipperoticomani.

Col tempo, austerity e inflazione si fecero sentire, le palline scesero da cinque a tre, poi il costo passò dalle cinquanta alle cento lire per due partite (sembra la stessa cosa ma sotto sotto non lo è), poi cento per una e via via fino alla comparsa delle eleganti e diaboliche cinquecento lire con la coroncina in metallo che ti permettevano una partita a tre palline.
Di pari passo, anche i flipper si evolsero: i contapunti furono sostituiti dai display, le campanelle e gli schiocchi da sofisticate melodie elettroniche e sospettammo che anche la pendenza avesse subito un notevole incremento. Ma il peggio toccò al tilt. Le nuove macchine, come novelle e altezzose vamp, erano divenute sensibilissime e alla minima vibrazione ti lasciavano a secco.

I tempi degli sculettamenti, dei colpettini d’anca e delle spinte ammiccanti era finito. Unici movimenti consentiti, quelli delle due dita, ma ammetterete, che seppur a volta appaganti, a lungo andare possono diventare frustranti.
Pur repressi e limitati nel nostro amore, tenemmo duro per qualche tempo ma oramai era chiaro che l’incanto era svanito.

Una sera, con la mia moneta bimetallica in mano, mi avvicinai mesto a un ennesimo anonimo flipper spaziale, già rassegnato dell’esito ormai scritto di questo ulteriore incontro, quando lo vidi, silenzioso, poco distante.
Bastò uno sguardo, prima distratto poi ripetuto, infine più audace. Mi avvicinai quel tanto che mi permise di leggere la scritta sul frontalino. Space Invaders.

Seppur con un certo timore presi la mia decisione. Guardai il flipper per l’ultima volta, gli girai le spalle e mi avvicinai al videogioco.

Quella sera, le mie cinquecento lire finirono in quella feritoia sconosciuta.

Quel che accadde dopo, alla prossima puntata.

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