Chi sostiene che in quegli anni si andasse in discoteca per ascoltare delle buona musica, dice una fesseria colossale. Noi si andava esclusivamente per rimorchiare.
Era tuttavia altrettanto lampante che tutte quelle domeniche a girare a vuoto per il Namber faticavano ad appagare i nostri pruriti adolescenziali. Quindi, scongiurando il rischio di una precoce cecità da Postal Market (1) e spronati dall’incontrollabile esuberanza ormonale, allargammo i nostri orizzonti.

Accantonammo subito l’idea di darci allo sport; anzi nemmeno la prendemmo in considerazione. La nostra attività atletica si limitava a qualche sciata sulla Panarotta (che allora nevicava) e qualche nuotata al lago di San Critòfol (che per il resto del mondo era il lago di Caldonazzo). Anche le disfide mondiali a calcio sulla piazza del paese cessarono a causa dell’inarrestabile avanzata delle automobili e dei relativi parcheggi.

Non ci rimaneva che una cosa. Quella dolce, ammaliante, avvolgente coinvolgente compagna di tutti i nostri pomeriggi Nambereschi.

La musica.

Lo so che ho scritto che andavamo in discoteca per altri lussuriosi fini, ma vista la mal parata, venne naturale orientarci sulla seconda opzione, con l’attenuante che la disco-music di allora era davvero qualcosa di spettacolare. Coinvolgente ed elegante, raramente ripetitiva, spaziava dal funky al reggae, dal rap al soul dall’elettronico all’afro e allo ska, ce n’era per ogni gusto. Per non parlare degli autori, gente come James Brown, George Benson, Mike Oldfield, Giorgio Moroder, i Queen, Phil Collins, Bob Marley, che solitamente facevano altro, oltre agli specialisti del genere, Lipps inc, gli Chic, i Talking Heads, la KC and the Sunshine Band, Donna Summer.

Fu un trampolino di lancio che ci catapultò verso il rock, il blues e i cantautori. Un mondo di musica che non finiva mai. L’unico problema era che la musica, allora, non era per niente gratis e non era nemmeno tanto facile procurarsela.

Intanto i supporti musicali erano sostanzialmente due: i dischi e le audiocassette. Il 45 giri ce lo potevamo anche permettere, ogni tanto, ma alla fine ti regalava tre minuti di goduria, sul lato A. Ai limiti dell’eiaculazione precoce. Il lato B, spesso, era un brano palloso e sconosciuto. Gli LP, con le loro dieci dodici canzoni, garantivano una prestazione decorosa ma costavano un botto ed erano assai delicati; senza contare che comunque per ascoltarli dovevi avere il giradischi e portarsi un giradischi sulla Dyane 6 non era cosa.

Per fortuna c’erano le audiocassette, supporto agghiacciante per i cultori dell’alta fedeltà, ma si sa, in guerra ogni buco è trincea. Le originali, che avevano il vantaggio della portabilità, costavano purtroppo quanto un LP così, scartate anche le versioni pirata davvero orribili vendute dai marocchini, si ripiegava sul fai da te.
Fu un periodo di lotte, di sconfitte brucianti e di gioiose vittorie. Tutti a procurarsi le cassette vergini, C30, C60, C90 e addirittura C120 che per trascinarle, il mangiacassette doveva avere un motore diesel supplementare, e via alle registrazioni.
Chi aveva un impianto stereo iniziò a copiare gli LP e a vendere le cassette. Un lavoro usurante al limite dell’alienazione, che mica potevi fare copiaincolla; bisognava stare là ed ascoltarsi a velocità normale tutto il disco, fosse mai che la puntina si bloccasse e poi bisognava girare il disco e far avanzare la cassetta di tutta la parte iniziale del nastro. Cinque sei dieci volte di fila, anche l’album più bello alla fine tende a procurarti un tic all’occhio destro.


Se il disco non c’era, venivano in soccorso le radio private, che allora erano davvero private e giovanissime. RTT, Radio Dolomiti, Radio Onda Azzurra. Radio Antenna Nord, Radio Valsugana, Radio Luna. Bastava saper attendere il momento giusto e zac! Tasti Play e REC premuti in contemporanea e il gioco era fatto. Almeno finché il DJ stava zitto e a patto che non passasse qualche motorino nelle vicinanze che disturbava la ricezione. Anche la lucidatrice azionata da mia madre in qualche strana maniera interferiva nella ricezione delle FM, così per le mie registrazioni mi rintanavo nel garage dove avevo brevettato una particolare antenna fatta con un appendino di fil di ferro della tintoria a domicilio Libralon (il piacere di un abito pulito come nuovo).

Ma le disgrazie erano sempre in agguato: rottura del nastro, registrazioni accidentali, fuoriuscita della lamella col feltrino o di un perno delle bobine, ma la più temuta era il fatale attorcigliamento del nastro, da cui il nome mangianastri. Il famelico apparecchio, per motivi sconosciuti, improvvisamente decideva di risucchiare il nastrino magnetico dalla sua sede per attorcigliarlo attorno ai suoi infidi ingranaggi. Il brano musicale rallentava improvvisamente, calava di volume e moriva con un lamento straziante. Era il segnale. Allora si apriva con cautela il cassettino e trattenendo le lacrime si estraeva la cassetta e di seguito, come fosse un budello di un ventre straziato, metri di nastro attorcigliato. In quei casi l’unica soluzione era la penna bic, infilata in un foro della cassetta e tanta pazienza.

Così, tra mille fatiche, accatastavo metri di cassette in versioni casalinghe, copie, originali oltre alle impareggiabili cassette registrate in discoteca, (stupende quelle del Cosmic) da sfoggiare nella mia cameretta e sull’ampio portaoggetti della Dyane 6, ignaro che in un lontano laboratorio americano, un certo James Russell stava per mandare tutto in fumo.

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