Parte prima

Credo che se ai miei tempi Gesù fosse passato da queste parti, probabilmente avrebbe detto a Lazzaro: “Alzati e guida”, tanto eravamo strettamente collegati alle ruote fin dalla nascita.
L’evoluzione della nostra locomozione meccanica era questa:

  • Carrozzina
  • Girello
  • Triciclo
  • Trattore/Ape
  • Bicicletta
  • Motorino
  • Stampelle (occasionale)
  • Automobile


I primi quattro mezzi erano ovviamente appannaggio dei genitori, la nostra volontà era assolutamente ininfluente; passavamo semplicemente da trasportati a conducenti e comunque relegati nel perimetro casalingo o tuttalpiù nelle strette pertinenze agricole. (vedi piccoli bacàni)

Dalla bicicletta in poi però il discorso cambiava. Sebbene la scelta del mezzo fosse legata alle disponibilità economiche famigliari e alla presenza o meno di fratelli maggiori, restava il fatto che avevamo finalmente la possibilità di modificare il nostro mezzo. Prima si lavorava sull’estetica: le bombolette spray erano un lusso quindi chi non le aveva si attrezzava con vernici raccattate nel laboratorio del papà. Ricordo tentativi fatti con le tempere di scuola o con la pittura per muri, artisticamente apprezzabili ma piuttosto opachi e di breve durata. Adesivi di ogni genere e nastro isolante e completavano l’opera.

Il secondo intervento riguardava la sonorità del mezzo, notoriamente silenzioso. Venivano in aiuto cartoncini, pezzi di plastica, e mollette che infilate tra i raggi simulavano il rombo della MV Agusta di Giacomo Agostini.
A questo punto eravamo pronti per lasciare il nido e sfrecciare via a pedalate verso la libertà. In realtà si sfrecciava per il cinquanta per cento, il resto era fatica e sudore e chi abita in un paese come il mio, che ha più dislivello che abitanti, sa di cosa parlo. Il cambio, nemmeno sapevamo cosa fosse, finché un giorno, uno di noi, ebbe la brillante idea di sostituire la corona anteriore con una piccolissima, grande quanto il pignone. Il risultato fu stupefacente e l’idea divenne virale come si direbbe oggi. Tutti a casa di chi aveva qualche attrezzo in più a fare le modifiche e via a superare le salite più impervie pedalando da seduti. Era una goduria; avevamo sconfitto la legge di gravità. La novità però durò poco, perché se in discesa sfruttavamo la legge di gravità senza pedalare, quelle volte che attraversavamo il paese in orizzontale o ci spostavamo nella pianeggiante Pergine, tutti i limiti di uno sviluppo metrico di venti centimetri a pedalata vennero alla luce, specialmente quando dovevamo attraversare la Statale 47 della Valsugana.
Tornati al più consono rapporto originale, pedalavamo rafforzando glutei, gambe e perineo mentre l’età del motorino lentamente si avvicinava.

A breve la seconda parte.

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