Che nel mio paese si imparasse prima a guidare l trattore che ad andare in bicicletta, era una assoluta verità. C’era però un elemento imprescindibile per poterlo fare: essere figlio di Bacàni, (*) unica categoria al vertice della scala sociale ordinata per bacànitudine direttamente proporzionale al numero di ciliegi posseduti.

All’ultimo gradino, in fondo, c’erano quelli senza campagna. I sans terre. Credo vivessero nascosti come i sans papier perché non ne ricordo nessuno trai miei coetanei. Abitare a Susà e non avere almeno un ciliegio era come abitare al Polo e non avere ghiaccio per fare uno spriz.

Subito sopra nella scala c’eravamo noi, con pochi ciliegi e nessun attrezzo agricolo semovente. Il trasporto delle ciliegie dalla campagna al magazzino della COPAS lo facevamo con la Mini Minor giardinetta tra commiserevoli sguardi di supponenza. Quando pioveva però, ed eravamo in colonna per la pesa, mi rifacevo guardandoli attraverso i vetri appannati della mini ed alzando il volume del mangianastri con le audiocassette del Cosmic al massimo volume. (Finché mio padre, serafico non sbottava: “Còsa èlo sto casìn. Sbasa.”). E allora abbassavo.

Simbolo della categoria superiore era la carovèla, ovvero l’Ape Piaggio, solitamente verde, dal rombo inconfondibile, che quando ingranavi la prima sentivi uno schiocco secco che sembrava ti rompessero un femore. Splendido mezzo multifunzione, opzionabile con cuscino imbottito, autoradio, posacenere e tergicristallo elettrico. Svolta la funzione agricola, la carovèla diventava pratico mezzo di trasporto per andare a messa la domenica con la sposa o per uscite più mondane, tipo bere il bianchetto al Bar Betti o al Basilio o addirittura all’Angi o perchè no, alla Catina a mangiare i pesciolini di lago che di così buoni non ne hanno fatti più. Mezzo molto più stabile della moto a due ruote e che garantiva un certo successo nel ritorno a casa in caso di libagioni eccedenti. Perché quelli della categoria delle carovèle, sebbene in continua gara per arrivare al livello dei bacàni, sapevano anche godersi la vita.

Il penultimo scalino era occupato dai bacanòti, quelli che avevano il quasi-trattore, ovvero il motocoltivatore, una specie di trattore ma più piccolo, che era uguale davanti come dietro, faceva un fracasso infernale e puzzava come un pozzo di petrolio. L’attività di questo gruppo era frenetica e senza sosta. Sempre presi a collegare aggeggi dietro o davanti a quel trabiccolo, a trasportar cose a segare, pompare, arare, fresare, issare, lisciare, spruzzare e chissà che cos’altro. La consapevolezza di essere ad un passo dal vertice li teneva sempre in tensione e sembrava non riposassero mai. Li vedevi sfrecciare per il paese con la moglie seduta di traverso sul parafango che ad ogni buca sembrava che volasse via. Ma non capitava mai.

Infine loro, i bacàni. Più ciliegi che capelli in testa, una BMW d’ordinanza parcheggiata in garage e ovviamente lo status symbol: il trattore, dal quale non si separavano mai. L’accendevano al mattino che era ancora buio, e non lo spegnevano fino a sera, perché ci spiegavano che col diesel costava di più accenderlo che lasciarlo acceso. In realtà mi sembrava una boiata ma chi ero io per contraddirli? E intanto respiravo i gas di scarico. Davanti ai bar del paese c’era sempre almeno un trattore acceso in attesa del suo bacàn. Con serafica tranquillità attraversavano il paese accennando saluti a tutti, consapevoli di essere all’apice della scala sociale e nulla pareva turbarli, non i bacanòti nella loro frenetica attività, non quelli delle carovèle dal cambio scrocchiante e non noi che caricavamo le lunghe scale di legno sul tetto della mini minor.

Ma tutto questo stava per finire. Nessuno avrebbe immaginato che il Bacàn-figlio raggiunti i 10 anni di età, davanti al trattore Deutz 4006 3 cilindri 50 hp del Bacànpadre, avrebbe confessato timoroso che avrebbe preferito imparare a suonare la chitarra.

(* )In Trentino bacàn indica un contadino facoltoso, coi soldi insomma. Viene usato anche in altre lingue e dialetti con significati diversi, ma non è questo il luogo per affrontare argomenti sociolinguistici quindi bacàn per me ha il significato trentino.
Voglio però citare la splendida definizione che ne fa Andrea Castelli, autore, attore e doppiatore trentino: “Bacàn: Contadìn che fa rumòr”. Splendida.

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