– Zugante al balon? (Giochiamo a pallone?)
La velocità con cui questa proposta, senza l’aiuto della tecnologia, si diffondeva tra gli spiazaròi, oggi la definiremo “virale”. Pochi minuti e il Flash-mob anni ’70 era servito.
(Nihil sub sole novum – Nulla di nuovo sotto il sole)

Calcio da strada, lo sport minimalista per eccellenza: scelto il posto, con un pallone e due oggetti qualsiasi a far da porta, eravamo pronti per il calcio di inizio. Quasi pronti.
Vivendo alle pendici della Marzola, avevamo un piacevole panorama ma anche un tangibile problema di pendenze. Non che questo ci scoraggiasse più di tanto perché dopo un prevedibile primo tempo 24 a zero per la squadra che tirava verso il basso, si contrapponeva un secondo tempo a campi invertiti che riequilibrava la situazione. Il problema vero era quando il pallone usciva dal campo e iniziava a rotolare per centinaia e centinaia di metri verso valle. Dopo la decima scarpinata, anche i temerari e mai stanchi ragazzini di montagna si scocciavano. Fortunatamente avevamo i nostri Templi Sacri del Balon.

  • En Piàza. Campo principale. Terreno di gioco in asfalto, delimitato sui lati lunghi dal muretto della chiesa e dall’enorme casa delle romane. I lati corti erano segnati dalla facciata del bar ENAL e dalla strada che portava a Pergine. Leggermente digradante a nord-est, ma non tanto da creare disequilibri, si prestava abbastanza bene al gioco a due porte che dovevano però essere rimosse ad ogni passaggio di autovettura, trattore, corriera o carovèla (Ape ovviamente Piaggio). Eventi in verità piuttosto rari in quell’epoca. Il luogo dava però il massimo a porta romana (che spiegherò dopo) da giocarsi, quasi fosse segno del destino, sul portone della casa delle Romane. Gli sporadici tentativi di usare come porta la bella e liscia facciata della Chiesa, venivano prontamente annientati dall’intervento della Clotilde, custode non ufficiale ma integerrima dei beni ecclesiastici a portata di vista dal suo poggiolo. Tra l’altro, Clotilde era la mia nonna, quindi qualsiasi comportamento non consono sarebbe stato, per me, doppiamente punito una volta a casa.
    A volte nella piazza erano parcheggiate delle automobili che arricchivano così il fattore imprevisto dell’incontro considerato che al pari dell’arbitro, il pallone poteva rimbalzare sui mezzi rimanendo regolarmente in gioco.
  • Spiazàl delle scòle. (Piazzale delle scuole) Terreno in ghiaino, terra battuta, zope (zolle) e in caso di pioggia, pozzanghere di profondità variabile. Il cancello di ingresso ci regalava una porta con tanto di pali, peccato fosse sul lato lungo del campo e nemmeno in centro. Per tutta la lunghezza, una rampa in terra che si elevava per oltre un metro, aggiungeva fascino al terreno di gioco e un certo aiuto quando si trattava di crossare. Un fico addossato al muro del Volt delle beghe, dove il pallone andava spesso ad incastrarsi, dava un tocco rupestre all’insieme.
  • Artigianèi vèci. Campetto all’interno dell’area San Giuseppe degli Artigianelli. Qui c’era un vero campo in miniatura con le porte vere che i “preti” ci lasciavano bonariamente utilizzare. Terreno in terra battuta con tratti in porfido e sul lato bosco addirittura dell’erba che in certi periodi superava in altezza i giocatori più piccolini. Al posto della bandierina del calcio d’angolo, troneggiava un monumentale capitello in pietre con all’interno una Madonna che credo abbia messo del suo, quando finivamo con una gamba sotto la recinzione arrugginita o ci schiantavamo sul muro proprio a filo della linea di porta. Purtroppo arrivarci a piedi o in bici era piuttosto sfiancante, pertanto veniva usato raramente.

Le regole del gioco facevano parte del nostro codice genetico; le conoscevamo da sempre anche se nessuno ce le aveva mai spiegate.
I giocatori potevano essere da tre ad infinito. I due capitani, solitamente il più forte, ma non necessariamente a giocare, e quello che aveva portato il pallone. La consistenza numerica delle squadre non era un dogma, per cui, se nel corso della partita si verificava una situazione di manifesta superiorità, si bilanciava la situazione con un cambio di casacca estemporaneo senza nemmeno fermare il gioco. Altro che calcio-mercato.

Di solito, nessuno voleva fare il portiere. Ruolo troppo statico e poi non era così piacevole tuffarsi quando sotto ai piedi non hai l’erbetta inglese di Wembley ma un miscuglio granitico di bitume e ghiaia studiato per resistere al peso dei TIR. Così, per aumentare il prestigio del ruolo, si consentiva la variante del portiere volante, che da estremo difensore poteva diventare un attaccante appena decideva di uscire fuori dall’area. I centrocampisti non erano un ruolo contemplato dal calcio di strada: o eri portiere, o attaccante. Al limite difensore ma con spiccate finalità offensive.
La porta poteva essere un portone di legno o un cancello e in quel caso i confini erano abbastanza definiti. Se invece era delimitata dai due zainetti o dalle magliette, o sassi o qualsiasi oggetto alla portata di mano, diventava un’entità immateriale, alta fin dove poteva arrivare il portiere con un salto a mani alzate. Le dichiarazioni del portiere, alta, fuori, palo, traversa, palo esterno, e degli attaccanti gol, palo interno e gol, traversa interna e gol, frutto della personale concezione spaziale di ognuno, erano generalmente accettate senza troppe discussioni, perché l’importante era giocare più che discutere. Quanto dovrebbero imparare i commentatori ma specialmente i tifosi che popolano le nostre televisioni di oggi.
Quando il terreno di gioco o il numero dei giocatori era ridotto, si giocava a porta romana, ovvero unica porta con un portiere neutro che cambiava nel corso della partita, per frustrazione o KO tecnico. Siccome si giocava sempre vicinissimi all’unica porta e tutti tiravano in quella, il povero portiere era bersagliato come l’orsetto meccanico del tiro a segno del luna park. (Lo ricordate? che quando lo colpivi si illuminava una lucetta rossa sul fianco e si levava in piedi emettendo un lamento. Se eri bravo potevi continuare a colpirlo senza mai fargli mettere giù le zampe). Nella porta romana di fatto si era tutti attaccanti. Uno spasso. I tiri che finivano oltre la linea (muro) di fondo venivano conteggiati. Quando una squadra ne collezionava tre, subiva un calcio di rigore. A inizio partita, fatte le squadre, si dichiarava “primo rigore ultimo a stare in porta” poi, ” secondo rigore penultimo a stare in porta” e via così fino all’ultimo giocatore.” dodicesimo rigore e dodiciultimo a stare in porta”.
La versione dura della porta romana era il tutti contro tutti. Una vera battaglia a suon di calci negli stinchi e ogni tanto al pallone, dove ogni tattica o pianificazione lasciava il posto all’improvvisazione. Di solito si sbagliava a tenere il conto dei gol e si finiva a litigare.
I falli laterali non esistevano. Il pallone poteva rimbalzare sui muri, se c’erano, oppure si continuava col pallone tra i piedi in estenuanti dribbling anche decine di metri distante dal campo, nelle androne, lungo gli orti. Capitava che nell’attesa dei due contendenti spariti alla vista col pallone, si ammazzasse il tempo con altri giochi tipo darsela o scondileoro.

Il Super Santos

I palloni di cuoio credo fossero fatti di pelle di rinoceronte tanto erano duri e coriacei. Un tiro di punta (ponton) poteva costarti un alluce e i colpi di testa causavano temporanei intontimenti. Quasi nessuno ce l’aveva anche perché costavano molto.
Si giocava con i palloni di plastica, dal mitico Super Tele, che colpito prendeva traiettorie incredibili e contro ogni legge della dinamica, al più controllabile Super Santos. In mezzo c’era l’Elite che sebbene fosse di plastica, aveva tutti i difetti dei palloni di pelle di rinoceronte.

Le partite terminavano quando il segnale dagli spalti: “Alora vègnet a zena o ciàmo to papà” riduceva il numero dei giocatori a meno di tre o richiamava il proprietario del pallone. A quel punto, la squadra perdente lanciava un azzardato “chi segna il prossimo vince” sempre sportivamente accettato dalla squadra in vantaggio.

Si vinceva o si perdeva, non si pareggiava mai, cadevamo, sudavamo, ci sbucciavamo ginocchia e gomiti, litigavamo, facevamo pace, bevevamo acqua gelata direttamente dal tubo della fontana e ci asciugavamo il sudore nella maglietta. Eravamo gli eroi dello stadio Azteca, era il 1970 e le avevamo appena suonate alla Germania.

Ancora non lo sapevamo ma avremmo concesso il bis al Santiago Bernabeu dodici anni dopo.


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