Tra gli anni sessanta e settanta io e molti miei coetanei fummo risucchiati nel vortice della dipendenza dalla spuma. Mi raccomando, spuma, non cedrata. Assumevamo questa bevanda color giallo oro, fatta di acqua e zucchero, coloranti sconosciuti, conservanti, acido citrico e misteriosi aromi naturali sui quali meglio non indagare, in quantità preoccupanti, specialmente al sabato pomeriggio e alla domenica mattina.

E gli spacciatori erano solitamente i nostri papà.

Nelle cadenzate giornate di quegli anni, il sabato pomeriggio, le mamme facevano le grandi pulizie in casa e non volevano avere i bòci tra i pèi (bambini tra i piedi). Stessa cosa alla domenica mattina, quando cucinavano il pranzo della domènega. Per quel lasso di tempo, affidavano i pargoletti vestidi dele feste, ai padri, ottimizzando in questo modo due non trascurabili situazioni: noi figli non saremmo rimasti in strada, dove peraltro vivevamo tutti gli altri giorni della settimana a rompere vetrate con la fionda, e i padri, così responsabilizzati non si sarebbero trattenuti più di tanto al bar.

come un pesce pagilaccio tra i tentacoli dell’anemone di mare

E così, con la manina nella manona callosa del papà, trotterellavamo, o meglio svolazzavamo sollevati da terra, verso uno dei tanti bar, perché allora ogni paese, ogni frazione per quanto piccola, ne aveva almeno uno.
Il mio paese, Susà, ne aveva addirittura tre. Uno ogni nemmeno 200 abitanti, bambini inclusi. C’erano il bar Betti, con la i, la y è arrivata dopo, il bar Valgoi e il bar ENAL. Anna, Ada e Bice erano le tre titolari e io pensavo, durante il volo, che forse per fare la barista bisognava avere nomi corti e non mi spiegavo perché mia mamma, che si chiama Ida, facesse invece l’infermiera. Quando si vola si fanno pensieri profondi.
Alla fine comunque prendevamo terra in uno dei bar, dei quali noi bòci conoscevamo solo il pavimento e la parte bassa dell’altissimo bancone e ci rintanavamo nella foresta di pantaloni dei paesani amici di papà, in un microcosmo protettivo come un pesce pagliaccio tra i tentacoli dell’anemone di mare. Là dentro incontravamo a volte nostri coetanei e ci sentivamo al sicuro. Con una certa regolarità si udiva dall’alto una voce: “en giro per noi e ‘na spuma per el bocia” Era il segnale che da lassù stava per giungere un bicchiere di liquido spumeggiante, che tracannavamo con entusiasmo. La voce e la calata delle spume si ripeteva in misura proporzionale al numero dei pantaloni diviso due. L’entusiasmo delle prime bevute andava pian piano scemando con l’innalzarsi del picco glicemico di noi piccoletti che emettendo piccoli rutti commisurati alla nostra massa corporea, assumevamo via via un colore vagamente itterico. Questo era il segnale, per i nostri padri, che era ora di rientrare.

Così, di nuovo manina nella manona, lasciavamo il nostro rifugio di gambe e decollavamo dal bar diretti verso casa, come dei piccoli palloncini aerostatici pieni di anidride carbonica.

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