Da “gnanca bòn” a duello il passo è breve

Il gnanca bòn è una locuzione tipicamente Trentina dagli esiti imprevedibili, usata solitamente a notte inoltrata nei locali o nelle loro immediate vicinanze. Deve essere utilizzata con cautela perché può avere conseguenze anche pericolose se pronunciata da chi non ne conosce appieno le conseguenze. Una specia di Avada Kedavra, per chi ne mastica di incantesimi di Harry Potter, anche se meno immediata.
Tradotta letteralmente sarebbe un “(scommetto che) non sei nemmeno capace” pronunciato con supponente aria di sfida. Funziona meglio se declamata in presenza di diversi avventori e dopo aver tracannato un numero rilevante di birre o di altre bevanda alcoliche. Chi la pronuncia, mette alla prova l’interlocutore con una sfida assurda, la cui motivazione non ha nulla di coerente o di sensato ma che trae origine dall’enfasi del momento e dalla quantità di alcool nel corpo. La potenza della frase sta nel fatto che lo sfidato non può assolutamente tirarsi indietro: una volta lanciato l’incantesimo, il contendente dovrà necessariamente rispondere con: “cossa mi… gnanca bòn?” che sarebbe: “cosa io?… nemmeno capace?” . Ovvero, “dubiti che io non sia capace di fare questa cosa?” A questo punto gli eventi non sono più controllabili, il neurone dell’orgoglio maschile comincia a vibrare ed egli dovrà passare all’azione dando dimostrazione di essere davvero capace di superare la sfida.

I gnanca bòn possono avere qualsiasi pertinenza, tipo: “gnanca bòn de bever na bìra granda tùta de en fià” ( scommetto che non sei capace di bere una birra da un litro tutta d’un fiato); “gnanca bòn de rampegarte sul lampion e zinzolarte” (scommetto che non sei capace di arrampicarti sul lampione e dondolarti a penzoloni); “gnanca bòn de nàr lì dala Gioana e meterghe la lingua en bòca” ( scommetto che non sei capace di avvicinarti a Giovanna e darle un bacio alla francese);

Il regolamento sacro del gnanca bòn, tramandato oralmente da secoli, prevede infine che se lo sfidato porta a termine la prova con successo, avrà diritto, oltre che a una incommensurabile stima da parte degli astanti, concretizzata con l’offerta di un giro al banco, anche di rilanciare, entrando di diritto in quella che a questo punto assurge alla nobiltà di una singolar tenzone.
L’argomento però non può cambiare, quindi, se la prima sfida prevedeva di bere un litro di birra d’un fiato, il rilancio dovrà prevederne almeno uno e mezzo; dondolarsi sul lampione non basterà più, si dovrà anche, per esempio svitare la lampadina cantando “Guarda come dondolo”; se il gnanca bon obbligava a baciare Giovanna sulla bocca, ecco che il rilancio dovrà prevedere almento una toccatina alle rotondità della procace e ignara donzella.
Sempre secondo il regolamento, non c’è un limite al numero o all’entità dei rilanci. Solitamente è l’obnubilamento da stanchezza o l’intervento delle Forze dell’ordine a porre fine alla disfida, ma ci sono eccezioni documentate in merito.

Le cronache del bar C… dalle quali ho tratto gli esempi qui citati e che ringrazio, riportano che la prima sfida è terminata al ventottesimo rilancio per l’esaurimento della birra nel locale e la seconda per l’intervento del personale STET Illuminazione Pubblica di Pergine Valsugana.
Di Giovanna e dei due sfidanti non si hanno notizie certe, ma pare vivano il loro inaspettato idillio d’amore a Pattaya, in Thailandia.

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